Equitalia- PROBABILI EFFETTI DELLA PRONUNCIA DELLA CORTE COSTITUZIONALE N. 37 DEL 2015

  • 28/03/2015

Qualche giorno fa è stata emessa la sentenza n. 37 del 2015 della Corte Costituzionale, la quale potrebbe avere effetti giuridici devastanti su gran parte degli avvisi o atti emessi dall’amministrazione finanziaria negli ultimi anni nonché sul seguente procedimento di riscossione posto in essere dagli incaricati alla riscossione, quale ad esempio Equitalia. La motivazione di tale presumibile effetto giuridico consiste nella pronuncia di illegittimità dell’art. 8 comma 24 del d.l. 16 del 2012, successivamente convertito in legge. Con tale provvedimento legislativo venivano convalidate ovvero prorogate le nomine di molti dirigenti dell’Agenzia delle Entrate, i quali avevano avuto accesso alla qualifica senza concorso pubblico, bensì in virtù di nomine avvenute con contratti di lavoro a tempo determinato. Con la predetta legge sanatoria l’amministrazione finanziaria poteva far salvi gli incarichi dirigenziali già affidati e poteva attribuire nuovi incarichi dirigenziali a propri funzionari, con la stipula di contratti di lavoro a tempo determinato. Tuttavia, l’art. 8 comma 24 del d.l. 16 del 2012 secondo la Corte Costituzionale contrasta con gli artt. 3, 51 e 97 della Costituzione. L’art. 97 comma 4 della Costituzione, in particolare, stabilisce a chiare lettere che “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge”. La corte Costituzionale con sent. N. 37 del 2015, ripercorrendo un filone interpretativo ormai consolidato, ha sottolineato che il concorso pubblico è “la forma generale ed ordinaria di reclutamento per il pubblico impiego” e deve essere utilizzato “quale procedura strumentale al canone di efficienza dell’amministrazione”. Al punto 4.1 del considerato in diritto della sentenza, la Corte Costituzionale evidenzia che anche per il passaggio di ruolo di funzionari interni alla pubblica amministrazione per qualifiche superiori è necessario esperire un concorso pubblico. A tal proposito sottolinea che: “il conferimento di incarichi dirigenziali nell’ambito di un’amministrazione pubblica debba avvenire previo esperimento di un pubblico concorso, e che il concorso sia necessario anche nei casi di nuovo inquadramento di dipendenti già in servizio. Anche il passaggio ad una fascia funzionale superiore comporta «l’accesso ad un nuovo posto di lavoro corrispondente a funzioni più elevate ed è soggetto, pertanto, quale figura di reclutamento, alla regola del pubblico concorso». Pertanto la conseguenza logica della pronuncia di illegittimità costituzionale della legge sanatoria comporta che tutti quei dirigenti dell’agenzia delle entrate che ricoprivano tale carica senza aver superato un concorso per il ruolo ricoperto, non potevano sottoscrivere alcun atto. A tal proposito occorre citare l’art. 42 del d.p.r. 600 del 1970 che impone che tutti gli atti di accertamento in rettifica o d’ufficio devono essere sottoscritti “dal capo dell’ufficio o da altro impiegato della carriera direttiva da lui delegato”. Se il capo dell’ufficio o il soggetto da lui delegato non sono stati assunti in virtù di concorso pubblico allora la loro posizione nell’organico deve ritenersi illegittima e con essa anche tutti gli atti dagli stessi sottoscritti. In particolare l’atto emesso deve considerarsi affetto da nullità. L’art. 21 septies della l. n. 241 del 1990 sul procedimento amministrativo indica le motivazioni per le quali un provvedimento amministrativo deve considerarsi nullo. La predetta norma recita: “È nullo il provvedimento amministrativo che manca degli elementi essenziali, che è viziato da difetto assoluto di attribuzione, che è stato adottato in violazione o elusione del giudicato, nonché negli altri casi espressamente previsti dalla legge.”. Nel caso che ci interessa i profili che determinano l’illegittimità degli atti sottoscritti dai dirigenti dell’Agenzia delle Entrate, assunti senza previo esperimento di pubblico concorso, potrebbero essere il difetto assoluto di attribuzione e l’inesistenza della firma sull’atto stesso. Appare evidente che tale vizio di illegittimità dell’atto è riferibile solo e soltanto a quei provvedimenti emessi da dirigenti nominati e non assunti in virtù di concorso pubblico. Pertanto l’atto emesso secondo legge da un dirigente assunto sulla base di un concorso pubblico è e rimane un atto valido. Viceversa l’atto firmato dal dirigente in carenza di potere, poiché assunto in spregio alle regole del pubblico concorso deve considerarsi nullo. Secondo alcuni, addirittura, l’atto stesso deve considerarsi inesistente (ovvero improduttivo di alcun effetto giuridico come se non fosse mai stato emesso) alla luce di alcune risalenti pronunce della Corte di cassazione in materia tributaria che assimilano la nullità dell’atto tributario all’inesistenza dello stesso per difetto assoluto di attribuzione. La nullità dell’atto dell’amministrazione finanziaria, alla luce dei principi giuridici del diritto amministrativo dovrebbe viziare per c.d. nullità derivata anche tutti gli atti successivi connessi e conseguenti, quali ad esempio la cartella di pagamento emessa dall’agente della riscossione. Alla luce di quanto sopra esposto potrebbe configurarsi, da una parte la nullità ovvero inesistenza dell’avviso emesso dall’amministrazione finanziaria e dall’altra l’illegittimità dell’intero procedimento di riscossione posto in essere dagli incaricati alla riscossione sulla base di un atto presupposto e necessario qualificabile come nullo. È evidente che tale discorso si limita agli atti dell’amministrazione finanziaria adottati e sottoscritti dai dirigenti nominati e non assunti in virtù di un concorso pubblico.

Avv. Luciacristina Arquilla

Per informazioni sulle modalità dei ricorsi scrivere ad info@konsumer.it