Retribuzioni dei dirigenti sindacali

  • 02/09/2015

RETRIBUZIONI DEI DIRIGENTI SINDACALI: IL SIGNIFICATO DI INCOMPATIBILITA’ MORALE ED ETICA
di Romeo Ciminello


In questi giorni si sta svolgendo un dibattito originale su una questione ancora inedita e non considerata nelle mentalità della maggior parte dei nostri concittadini. Per spiegarmi meglio vorrei sottolineare che il problema è avvertito da molti, ma senza la giusta capacità interpretativa o la competenza necessaria a suscitarne la sensibilità imprescindibile per provocare una giusta corretta e legittima indignazione.

Vale quindi la pena di affrontare il problema onde mettere ognuno sull’avviso concernente le proprie responsabilità in ordine ai rapporti sociali messi in atto ed al conseguente controllo degli stessi come responsabilità comune di chiunque partecipi ad un organismo di rappresentanza.

Ciò di cui vorrei parlare per chiamare in causa la coscienza di tutti, che sia coscienza avvertita o no, è il problema delle incompatibilità morali ed etiche riguardo alle retribuzioni. Intanto sottolineiamo subito che il concetto di retribuzione è qualcosa che va strettamente legato alla prestazione in termini oggettivi e non solo simbolici o rappresentativi. Ciò per dire che una retribuzione deve prendere in considerazione le attività oggettive svolte in termini di mansioni e di orari. Inoltre deve essere corrispondente alle conoscenze, competenze e skill posseduti, necessari all’adeguato espletamento delle funzioni ricoperte.

Purtroppo da quasi 30 anni, a cominciare da Lee Iacocca il presidente italoamericano della Chrysler, che guadagnò nel 1986 la somma di 23,6 milioni di dollari fra stipendio, gratifiche e diritti di opzione, il sistema delle retribuzioni non ha più conosciuto limiti oggettivi.  Così mentre fino a quell’epoca il rapporto massimo era 1 a 20 vale a dire che lo stipendio di un dirigente era più grande di 20 volte quello dell’operaio adesso siamo addivenuti a cifre iperboliche ed ingiustificate sotto il profilo del rapporto prestazione lavoro/salario.

La classifica dei multipli riportata da Bloomberg sulla base di studi accademici e di valutazioni sindacali, i multipli erano 20 a 1  nel 1950, saliti a 42 a 1  nel 1980  e a 120 a 1 nel 2000. Dopodiché sembra non esserci più limite, si va da una media di 204 a 1 fino arrivare ad oggi dove negli Stati Uniti il rapporto della CVS Caremark arriva sino a 422 a 1 come riportato dal sito www.payscale.com.

Così tutti tendono ad indignarsi di fronte a questo scandalo retributivo che di tanto in tanto affiora sui mass media quando si rilevano stipendi di funzionari o buone uscite da capogiro pienamente ingiustificate, anche se legittimate da contratti regolarmente firmati con le rispettive controparti.  Nessuno può farci nulla. A tale proposito credo che quasi  tutti ricordino lo “scandalo” sollevato agli inizi di quest’anno dalla diffusione della cifra dello stipendio percepito dal Presidente della Fiat Chrysler che raggiungeva circa seimila volte quella di un operaio.

Nessuno comunque ha avuto da ridire anche perché la realtà capitalistica ed il “ventennio” berlusconiano hanno fatto divenire “normalità” anche le cose che “gridano vendetta al cospetto di Dio”! Se guardiamo infatti alla classifica dei top manager di Piazza Affari più pagati nel 2014, riportata da Milano Finanza in un articolo dal titolo “Chi si merita il Maxi-stipendio” troviamo "Al primo posto Sergio Marchionne, ad di Fca , con un compenso di 6,6 milioni, anche se il conto finale supera i 66 milioni considerando gli incentivi straordinari. In seconda posizione Luca Bettonte, alla guida di Erg  con 5,7 milioni, e in terza Franco Moscetti, amministratore delegato e direttore generale di Amplifon  con 3,8 milioni. Un altro uomo d’oro è poi Andrea Guerra, che ha percepito 13 milioni, grazie agli 11 milioni di liquidazione ricevuti lo scorso anno quando è uscito da Luxottica (cui si aggiungono le ricche stock option esercitate negli anni per un incasso totale stimato in 100 milioni dal 2012 al 2014).  Lo stesso vale per Paolo Scaroni, che è stato ad di Eni  fino a maggio 2014 e ha percepito in tutto 11,5 milioni di euro (3,2 dovuti a compensi e 8,3 per indennità di fine rapporto). Ha una posizione di rilievo in classifica anche Enrico Cavatorta, che lavorava a Luxottica  da 15 anni e si è dimesso dall’incarico lo scorso 10 ottobre dopo appena un mese dalla nomina ad amministratore delegato. In questo caso l’indennità di fine carica si è attestata a 4,98 milioni, portando l’erogato totale a 5,64 milioni. Mentre ha lasciato l’incarico di amministratore delegato di Mittel  Arnaldo Borghesi, che ha ricevuto un’indennità di fine carica di 2,42 milioni, dato che ha portato i compensi totali a 3,7 milioni. "

Questa è la situazione che nel nostro Paese è divenuta ormai una barzelletta!  Ma se ciò vale per il settore privato, lo vale anche e molto più a livello pubblico nel cui ambito le sproporzioni retributive sono talmente ingarbugliate che persino il Governo Renzi, sebbene poi in sostanza solo a parole, si è sentito in dovere di fare qualcosa per mettere un tetto agli  stipendi dei dirigenti dello stato. Ma chi sono e di quali categorie si tratta? Parliamo dei politici, parliamo dei giudici, del personale delle camere, dei consiglieri parlamentari, dei burocrati di stato (Direttori di ministeri, consulenti, presidenti e direttori generali INPS, ENEL, Grppo FS, Enti e Società partecipate da Strato, Comune, e regioni ecc.) dei consiglieri regionali… insomma, ce ne sono di tutti i colori. La presa di coscienza nasce nell'ambito del contenimento della spesa pubblica con la decisione del governo, nell'aprile 2014, di introdurre un tetto ai dirigenti della pubblica amministrazione, fissato a 240mila euro. A questa norma si sono in seguito adeguate tutte le istituzioni, a cominciare dalla presidenza della Repubblica, passando poi dal Senato e dalla Camera. In particolare alla Camera sono stati introdotti dei tetti per i consiglieri parlamentari, che sono i funzionari di più alto livello (che a fine carriera avrebbero potuto raggiungere anche i 358mila euro lordi annui), e poi dei sottotetti per le altre figure professionali.

Ma ciò che lascia più allibiti in tale contesto è la polemica sorta in questi giorni a proposito di salari dei dirigenti sindacali che possiamo riprendere dal quotidiano La Repubblica  http://www.repubblica.it/economia/2015/08/10/news/cisl_scoppia_il_caso_dei_mega-stipendi_dirigente_li_denuncia_ma_verra_espulso-120720595/ del 10 agosto u.s. “Ecco qualche nome e cifra in lista: Antonino Sorgi, presidente nazionale dell'Inas Cisl, nel 2014 si è portato a casa 256mila euro lordi: 77.969,71 euro di pensione, 100.123,00 euro di compenso Inas e 77.957,00 euro come compenso Inas immobiliare. Valeriano Canepari, ex presidente Caf Cisl Nazionale, nel 2013 ha messo insieme 97.170,00 euro di pensione, più 192.071,00 euro a capo della Usr Cisl Emilia Romagna: totale annuo, 289.241,00 euro. Ermenegildo Bonfanti, segretario generale nazionale Fnp Cisl, 225mila euro in un anno, di cui 143mila di pensione. Pierangelo Raineri, gran capo della Fisascat Cisl, 237 mila euro grazie anche ai gettoni di presenza in Enasarco, più moglie e figlio assunti in enti collegati alla stessa Cisl.” Inoltre continua a sottolineare l’articolista: “Di mezzo, nella denuncia, ci va anche la stessa Furlan. Il 9 luglio scorso  -  è sempre la denuncia di Scandola, che racconta - il comitato esecutivo nazionale confederale della Cisl approva all'unanimità un nuovo regolamento presentato dalla segretaria generale. Dove si parla di trasparenza, fissando finalmente delle regole precise sugli stipendi. Confrontando tutti i livelli della Cisl cosa ne esce fuori? Che l'aumento tabellare tra il 2008 (anno di inizio di una crisi non ancora conclusa) e il 2015 è pari al 12,93 per cento. A conti fatti, va detto, sarebbe l'inflazione. Se Furlan nel 2008 portava a casa un totale lordo di 99mila euro, ora potrebbe arrivare a 114mila. Sarà questo lo stipendio massimo consentito. Al mese fanno 3.326 euro netti più un altro 30 per cento di indennità.”

L’incompatibilità morale.

Alla luce di quanto sopra penso che chiunque abbia gli elementi per formulare un proprio giudizio ed esso deve partire innanzitutto dal concetto di incompatibilità morale, vale a dire della illegittimità di comportamenti seppur legalmente consentiti. Che cosa vuol dire? Certo nel nostro comune vissuto non si dà assolutamente peso alla morale, vale a dire al peso che i nostri comportamenti hanno poi nel contesto sociale. Se infatti la prassi accetta come consuetudine determinati comportamenti, questi non solo possono venire costituiti in termini legali, ma determinano anche un orientamento equivoco in quanto seppur percepito legalmente corretto è in realtà moralmente illegittimo.  Perché? Ciò appare evidente se ci spogliamo dei ragionamenti di stampo neoliberista che hanno invaso ormai ogni centimetro della nostra mente: il prezzo di mercato è l’unico riferimento di valore per qualsiasi forma di attività.  E con ciò si tenta anche di giustificare, pur se non è etico, assurdità vigenti nel “Privato” per cui non esiste alcuna carica gratuita, ma tutto deve essere adeguatamente, se non profumatamente retribuito. Nel “Pubblico” però devono essere rispettati alcuni criteri che ne determinano la formale e sostanziale differenza. Quindi seguendo il nostro ragionamento cerchiamo di capire quali sono i punti che permettono di identificare come veritiera l’incompatibilità morale dei comportamenti denunciati da Fausto Scandola.

  1. Il punto di partenza va riscontrato nella natura del tipo di lavoro e dei contributi da cui si determina il corrispettivo percepito dal dirigente sindacale;
  2. il secondo si raccorda con la incompatibilità morale di cumulare gli stipendi o le pensioni;
  3. il terzo si collega con la logica della corrispondenza tra lavoro effettuato e stipendio percepito.

La spiegazione dei punti è la seguente: rispetto al primo occorre immediatamente sottolineare la differenza tra lo stipendio derivante da un impiego privato in cui il datore di lavoro si configura in una Società di Persone o capitali che valutando il costo del lavoro come componente sostanziale di diminuzione del proprio profitto, ne determinano il livello. Qui invece non si è in presenza di una società privata ma di un Sindacato, di una organizzazione che per i tratti che presenta deve essere reputata di natura pubblica in quanto non appartenente ad un gruppo di investitori, bensì a ciascun partecipante che ne paga l’onere di appartenenza. I dirigenti quindi sono moralmente incaricati possiamo dire di un pubblico servizio a favore non solo dei lavoratori che vi partecipano, ma di tutti i lavoratori che appartengono alle categorie di cui sono firmatari di contratto. Quindi appurato che si tratta sostanzialmente di un pubblico servizio, andiamo ad analizzare anche la natura dei contributi che formano poi il patrimonio dell’organizzazione sindacale: sono ritenute operate sullo stipendio del lavoratore. Non sono prezzi pagati sul mercato per ottenere un bene in mercato di libera  concorrenza, ma i lavoratori pagano una tariffa basata sul proprio sudore, sulla propria fatica, con soldi che nella maggior parte dei casi vengono sottratti, pur se in minima parte, alla famiglia. Se compariamo infatti i contributi sindacali possiamo equipararli al costo quotidiano di un litro di latte.  Questo ragionamento fa capire in maniera chiara che il primo punto è il fondamento della incompatibilità morale denunciata e che si completa nei due punti seguenti sopracitati.

Il secondo di questi è proprio il divieto di cumulo di stipendi, vale a dire che se si svolge la libera professione, oppure si è lavoratori autonomi, allora è possibile cumulare gli stipendi necessari a sostenere il livello di vita reputato necessario alle proprie esigenze personali. Naturalmente si possono cumulare i profitti, ma non si possono cumulare gli stipendi o le pensioni perché?

Innanzitutto perché avere uno stipendio o una pensione, nella maggior parte dei casi, tranne in quelli in cui come per le colf, i badanti e le pensioni sociali, non siano ai minimi di livello di povertà per cui necessita svolgere più lavori, le finalità devono essere in linea con i tre principi:

a) non lavorare per accumulare;
b) non togliere ad altri opportunità di lavoro;
c) non percepire lo stipendio due volte dallo stesso datore di lavoro. Per tali principi infatti si sa che il lavoro necessita per vivere e quindi lo stipendio serve per assicurarsi una vita decorosa e non per accumulare denari per arricchirsi (questo non è permesso neanche all’imprenditore che moralmente è tenuto ad accumulare denari per reinvestirli in favore dei lavoratori e dello sviluppo sociale). Inoltre avere due o più stipendi significa togliere in sostanza il lavoro a qualcuno. Infatti tranne che in casi eccezionalissimi, nessuno può dire di essere l’unico essere al mondo a poter svolgere un certo tipo di lavoro. E’ vero che siamo unici ed irripetibili, ma è anche vero che funzionalmente siamo tutti uguali e anche se, non siamo più abituati a pensarlo, ciò che fa la differenza è solo il contenuto di dignità che mettiamo nelle nostre attività socio-economiche.

Infine l’assunto di non percepire lo stipendio due volte dallo stesso datore di lavoro deriva dalla semplice constatazione che tutti i manager accettano normalmente in qualsiasi realtà organizzativa o di partecipazione la cui proprietà sia in capo alla stessa proprietà o stesso datore di lavoro: anche se si è chiamati a ricoprire diversi incarichi o più mansioni la remunerazione è sempre unica ed il livello è quello della mansione più elevata che ingloba quelle di livello medesimo o inferiore. Pertanto le incompatibilità funzionali, enunciate nello statuto e nei regolamenti di attuazione CISL, (art. 18 e 19 dello statuto e rimando al regolamento di gestione art. 6,7,8,9,10,11,12) vengono agevolmente superate in maniera legalmente compatibile dagli incarichi nelle cosiddette società collaterali, (art. 9 del regolamento) vale a dire da società che appartengono alla medesima organizzazione che le ha create o che vi partecipa con i soldi derivanti dai contributi ottenuti dai lavoratori.  Permettendo ai dirigenti sindacali di cumulare in maniera “moralmente” vergognosa e censurabile sotto il profilo umano, doppi stipendi, oltretutto a mio avviso spropositati!  A questo proposito basta leggere, visto che il sindacato imputato è la CISL, sia il loro Statuto Confederale  che il regolamento di gestione della FNP-Cisl al Capitolo II  Regolamento “Le incompatibilità funzionali”  art. 7 FNP CISL copia conforme degli articoli del regolamento confederale. Dalle incompatibilità vengono sottratte quelle in enti pubblici e quelle in società ed enti collaterali alla CISL.

Tornando al terzo argomento in esame concernente la corrispondenza tra lavoro effettuato e corrispettivo percepito si comprende subito che è, nel nostro caso, da considerare assolutamente sproporzionato in quanto il lavoro di segretario nazionale o di dirigente sindacale è talmente impegnativo che se viene svolto con l’adeguata professionalità e coscienza non permette di dedicarsi ad altro che non sia volontariato o hobby personale. Quindi la deduzione logica, tranne che nel caso delle pensioni cumulate con altra attività, o si fa bene un lavoro o si fanno male entrambi, quindi per ovvia conseguenza, gli impegni al vertice cumulati dai dirigenti sono di per sé da considerare sproporzionati sia in termini di dedizione al lavoro e di conseguenza in termini di retribuzione.

Per concludere il discorso sulla incompatibilità morale pur se vista come prassi lecita da chi la esercita, si sana invece con la cosiddetta devoluzione. Vale a dire che tutti coloro che percepiscono il doppio stipendio (che non sia solo naturale, dovuto ed equilibrato rimborso spese) devono restituirlo alla collettività da cui lo hanno percepito come sovrappiù, restituendolo alla medesima organizzazione oppure devolvendolo ad una organizzazione benefica o di volontariato.  E’ anche moralmente accettabile che si rinunci allo stipendio più basso. Oppure in ultima istanza, laddove possibile, lasciare che qualcun altro possa ricoprire l’incarico.

L’etica. 

Abbiamo parlato di incompatibilità morale e non etica in quanto l’etica è tutt’altra cosa. E mentre la morale è comunemente comprensibile e valutabile anche secondo il senso comune, la visione etica non si può avere se non la si è appresa, studiata, assimilata ed interiorizzata.

In questo senso l’etica va interpretata sia come indirizzo teorico normativo da tenere, che si può riassumere in un concetto di giustizia sociale, sia come indirizzo di etica applicata a cui si risponde in termini di responsabilità.

L’etica infatti è la conoscenza del bene come realtà concettuale pura e quindi in questo caso il bene della collettività, bene costituito dalla giustizia sociale, a cui ci si riferisce e che esprime il proprio consenso con un sacrificio che non prevede come corrispettivo un bene materiale ma un bene reciproco e relazionale. Dal punto di vista dell’etica applicata invece possiamo esprimere la possibilità di compiere azioni alternative, se morali, come la restituzione o la rinunzia, per riprodurre quel bene conosciuto in termini teorici qual è la giustizia sociale in termini di giustizia legale, redistributiva e commutativa.

Solo allora il contenuto della decisione etica è di natura pienamente umana, di scelta relazionale che in contesto sindacale dovrebbe essere al centro di ogni decisione.

Su questa base allora non solo non può, dai dirigenti sindacali implicati, essere respinta l’accusa di incompatibilità morale, ma deve essere accettata anche l’accusa più grave di mancanza di visione etica dovuta alla richiesta di espulsione dal Sindacato di chi cosciente di quanto abbiamo detto si era deciso a renderlo manifesto e questo a cominciare dalla stesura dello Statuto confederale in quanto recita: “Gli iscritti hanno diritto ad essere adeguatamente informati  e coinvolti nelle decisioni che li riguardano e ad esercitare il diritto di critica nei confronti dei dirigenti sindacali, nei limiti previsti dal presente Statuto, ed in termini democraticamente e civilmente corretti. Ogni iscritto ha il dovere di essere coerente con i valori richiamati nel presente Statuto, ad operare nell’attività sindacale in coerenza con le decisioni assunte dagli organi statutari ed a partecipare all’attività sindacale.” ( cap. III, commi 4° e 5°, pag. 22). La decisione di espulsione di colui che ha messo in evidenza non una pratica illecita, bensì immorale, non può essere espulso da un organismo che dice di avere dei valori, a meno che questi non siano che uno “specchietto per le allodole”!

In seconda battuta dobbiamo poi prendere in considerazione, per avere un esempio concreto, le cosiddette incompatibilità funzionali riportate dal Capitolo II del Regolamento di Attuazione dello Statuto del FNP – CISL art. 7 “ le incompatibilità funzionali” dove il discorso etico non è assolutamente considerato in quanto le incompatibilità del primo comma che dovrebbero essere totali per gli incarichi di Segretario generale, Segretario generale aggiunto e dei componenti di segreteria con incarichi esecutivi ecc., risultano invece piuttosto mitigate, perché nel primo comma si legge che sono incompatibili: “gli incarichi di Segretario Generale, Segretario Generale Aggiunto e di componente di Segreteria con gli incarichi in Organismi esecutivi, direttivi e di controllo nonché di legale rappresentante titolare o supplente di enti, associazioni o società non collaterali alla Cisl, comprese le società cooperative che svolgano attività economiche avendo alle proprie dipendenze lavoratori o soci lavoratori o collaboratori comunque denominati…….” continuando poi nel secondo comma con una incoerenza non rilevata a livello etico: “gli incarichi di Segretario Generale, Segretario Generale Aggiunto e di componente di Segreteria con gli incarichi di legale rappresentante titolare o supplente di enti, associazioni o società, collaterali alla Cisl. Gli incarichi in enti di origine contrattuale, ivi compresi gli enti bilaterali, e in enti o società pubbliche dove sia previsto per legge la presenza di una rappresentanza sindacale sono compatibili con gli incarichi di Segretario Generale, Segretario Generale Aggiunto e di componente di Segreteria delle strutture di categoria. Sono compatibili gli incarichi assunti nelle giunte delle camere di commercio e nelle Fondazioni con finalità culturali, sociali e benefiche. In tale contesto non si capisce l’ultima frase riguardo alle Fondazioni dato che sono tutte con con finalità culturali sociali e benefiche anche se grazie a Dio “Resta ferma l’incompatibilità per ogni altro tipo di Fondazione, inclusa la Fondazione di origine bancaria.” Inoltre incoerente risulta anche l’ultima frase del comma: “Sono altresì compatibili gli incarichi assunti in seno a comitati consultivi e comitati di indirizzo e vigilanza di enti. Non sono incompatibili gli incarichi assunti all’interno di associazioni di volontariato collaterali alla Cisl.”  Questo articolo 7 termina poi con una affermazione che lascia un pochino perplessi perché recita: “Ai sensi dei commi precedenti relativi alle fattispecie di deroga alla disciplina delle incompatibilità stabilita dal presente articolo, è consentito cumulare un solo incarico oltre quello di Segretario Generale, Segretario Generale Aggiunto e componente di Segreteria di struttura orizzontale o categoriale.”

Tutto ciò permette di capire che gli estensori dell’articolo si sono ben guardati dal gestire in maniera etica il conflitto di interessi!

Per completare l’argomento sulla mancanza di coerenza etica e di trasparenza organizzativa definita in ruoli ben distinti e monomansione costitutiva di un regime democratico di suddivisione dei compiti possiamo andare al Capitolo III art. 14 regolamento “norme di comportamento generali relative agli iscritti e ai dirigenti FNP-CISL” che recita: “Le questioni attinenti ai gettoni di presenza e rimborsi o altri emolumenti derivanti da incarichi ricoperti su designazione sindacale, vengono disciplinate per tutta l’Organizzazione da apposite norme fissate dal Comitato Esecutivo Confederale

Credo che tutto ciò pur se comunemente accettato sotto il profilo legale,  basti a giustificare lo sdegno di coloro che rendendosi conto di questa “disinvoltura sindacale” si sono solo limitati a dire che si tratta di “incompatibilità morale” sarebbe stato molto più giusto e coerente a mio avviso di denunciare il tradimento morale della missione del Sindacato a cui nessuno chiede che i dirigenti rinuncino ad avere uno stipendio adeguato ai loro impegni, ma che non si comportino come quei manager d’azienda che appena entrati in consiglio di amministrazione la prima cosa che chiedono è l’aumento del gettone di presenza!

Il Sindacato dovrebbe avere dignità più alta! Il Sindacato si batte perché le tasche dei lavoratori possano introitare qualche spicciolo in più per sovvenire alle proprie necessità personali e familiari e non per approfittarsi, nell’ignoranza dei gangli amministrativi, delle opportunità rivenienti dai doppi se non molteplici incarichi sempre legalmente giustificabili, per  svuotare le tasche dei lavoratori!

Vorrei terminare con una citazione importante inviatami in proposito dal Dr. Carlo Cittadino, (membro del nostro Comitato di Promozione Etica di Catania, nonché Presidente dell'Associazione di Volontariato Kataneconomie), dell’allora segretario generale  della Cisl / scuola – Catania, Prof. Salvatore Sacco, che in data 5.3.2005 nella Sua relazione in occasione del secondo congresso provinciale già evidenziava ai partecipanti, tra i vari punti, quanto segue:

“Anche la nostra organizzazione, pertanto, deve nell'agire sindacale, misurarsi rispetto a queste sfide di difficile gestione e di complessa realizzazione. Risulta fondamentale, in questi contesti pensare e realizzare una confederabilità  sindacale di tipo europeo e per molti aspetti anche di tipo mondiale, anche per mitigare gli effetti economicamente distorcenti della "globalizzazione e dell'accumulo di denaro con forme non appropriate e/o spropositate con o senza corruzione " ancora non governati.”


Mi sottolineava ancora il dr. Carlo Cittadino: “Sono passati dieci anni, il Prof. Salvatore Sacco, successivamente sempre nello stesso anno, è stato chiamato dall'Altissimo e, non ci resta altro che pubblicare le Sue parole, nella speranza che i dirigenti a qualsiasi titolo della CISL rassegnino le loro dimissioni senza perdere tempo, per riparare le offese di tutti i lavoratori onesti e umili”.

Ma se chiedessimo alla CISL di redigere un codice etico, veramente tale, credete che lo farebbe?

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Romeo Ciminello
Presidente Comitato di promozione etica onlus
www.certificazionetica.orgrciminello@certificazionetica.org 
Docente Fac. Economia e Sviluppo 
Université Catholique du Congo - Kinshasa RdC

ciminello@ucc.ac.cd
Docente incaricato Fac.
Scienze Sociali (1994-2013) P.U.G.

Direttore Scientifico 4metx srl
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membro del collegio dei Probiviri di Konsumer Italia
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Prof. Romeo Ciminello